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The Ruins

Ieri sera mi sono visto senza particolari aspettative questo filmetto horror uscito in sordina la scorsa stagione.
E' tratto da un racconto di un certo Scott B. Smith, sconosciuto. Poteva benissimo essere tratto da un racconto del "primo" Stepen King.
Insieme a "The Mist" (anch'esso da un racconto di Stephen King, anch'esso appartenenete al filone dei "siege movie"), per me è stata la sorpresa horror di quest'anno...

La storia è semplice semplice ed è appena un pretesto per introdurre il setting principale.
Quattro ragazzotti sui vent'anni (i classici dei quali già alla rpima comparsa stai immaginando l'ordine di dipartita, e pregusti il momento) in vacanza in messico incontrano un turista tedesco che li conduce in un luogo segreto nella foresta dove il fratello di costui è andato ad esplorare antiche rovine. Al di là dell'implausibilità e del cliché del tutto, quel che ci interessa è arrivare al punto saliente, ovvero i ragazzotti di cui sopra intrappolati sulla sommità di un antico tempio maya assediati da un gruppo di (improbabili) indigeni inferociti che stanno apparentemente tenendo sotto assedio il luogo.
Tutta la struttura è ricoperta di uno strano rampicante (fin troppo somigliante a marijuana) dai fiori rosso brillante...

Vi risparmio, casomai decideste di vederlo, ulteriori sviluppi.
Quel che conta è che, per una volta, il cast di giovani protagonisti non fa tutto il possibile per risulatare antipatico, anzi. E che, sempre per una volta, si assiste ad un horror che non cerca il facile spavento a base di spiritelli rancorosi orientaleggianti, ma costruisce una vera tensione claustrofobica (pur essendo quasi interamente ambientato in esterni...). Aggiungete anche alcune delle scene gore più forti degli ultimi tempi sullo schermo (peggio dei vari "Hostel", "Saw" e compagnia cantante, perché più inaspettate) e avrete un buon prodotto di intrattenimento...

Stardust


Ieri sera ho noleggiato e visto questo titolo.
Avevo voglia da tempo di vederlo: mi incuriosiva sin da quando è uscito (molto in sordina) al cinema.
Doveva essere l'evento fantasy del 2007, invece è stato relegato a titoletto estivo.
C'è da dire che nel mare magno delle produzioni del genere scaturite dall'enorme successo della trilogia LotR, non si sa più dove girarsi. Perlopiù, si tratta di robaccia, e le pellicole salvabili sono davvero poche (potrei forse metterci "Le cronache di Narnia"). Recentemente mi sono visto anche "La bussola d'oro" ed ho resistito difficilmente alla tentazione di abbandonare la sala.

Insomma, la moda del fantasy ha già esaurito il filone di tutte le buone idee.
E' per questo motivo che questo Stardust mi era sembrato interessante: premesse un po' diverse dal solito. Un'avventura fantasy romantica sul genere dell'insuperabile "Princess Bride" di Rob Reiner.
Per fortuna, non mi ero sbagliato.

Il film è delicato e grazioso, davvero piacevole. Divertente, misurato, a volte un po' tongue-in-cheek come umorismo ma mai noioso. Scontatissimo, com'è ovvio per una storia del genere, ma ciononostante veramente gradevole. Realizzato molto bene senza eccessivo dispendio di fantasmagorica e inutile CGI (quella che c'è è di ottima qualità comunque). Pregevoli davvero i costumi e l'ambientazione a metà strada fra il vittoriano e il fantasy puro. Molto buone le interpretazioni, sia dei protagonisti che delle comparse e dei comprimari. Simpaticissimo il personaggio di Robert DeNiro. Ottime anche le musiche. Splendida la fotografia dei verdi bellissimi paesaggi inglesi.

Mi ha fatto venire in mente alcune altre pietre miliari del genere: Legend di Ridley Scott, il succitato Princess Bride di Reiner e Willow di Ron Howard. Che sono tutti e tre a mio avviso piccoli capolavori di intrattenimento. Dunque, per me promosso a pieni voti.
Ci sta anche un po' di sano romanticismo, il che favorisce la visione in dolce compagnia... ;)

Insomma: se vi capita, vedetelo.


The Descent


L'altra sera ho rivisto questo bell'horror di Neil Marshal. La prima volta che l'avevo visto era su un DivX preso dal cinema, orrido e col sonoro impossibile da seguire... eppure mi aveva talmente tanto tenuto appiccicato allo schermo che l'avevo finito di vedere senza rendermene conto. Meritava una revisione, in un formato più consono e con un bel dolby surrond (dato che il 90% dell'atmosfera di questo film è data dagli effetti sonori).

Neil Marshall, il regista, era reduce prima di questa prova autorale da una sola altra regia, il divertente, ma sciocchissimo, "Dog Soldiers".
Di questo film però se ne sentiva parlare da tempo.
La premessa è semplice: ad un anno di distanza dall'incidente in cui ha perso marito e figlia, Sarah torna in compagnia delle amiche di sempre ad una delle loro "avventure" che un tempo le tenevano unite: l'esplorazione di un complesso di caverne nel sottosuolo dei monti Appalachi (il film è stato in realtà girato in Galles). Naturalmente la protagonista ha da poco (forse) superato il trauma dell'incidente e vuole forzarsi a tornare alla normalità con questa vacanza avventurosa. Sfortunatamente, non è esattamente la scelta giusta quella che fa. Intrappolate nel sottosuolo da un frana, vagando nell'oscurità, le sei amiche cominciano ad essere coscienti della presenza di "qualcosa" nel buio, oltre a loro. Mentre cercano una via d'uscita, vengono ripetutamente e brutalmente attaccate e decimate da misteriose creature, forse ominidi preistorici degenerati sopravvissuti ed adattatisi attraverso una linea evolutiva alternativa alla vita nel sottosuolo.

Non sono tanto la premessa e l'invenzione (e la sua contestualizzazione alquanto vaga) che interessano però lo spettatore qui, quanto piuttosto la messinscena, superba. La tensione è sempre alle stelle, gli spaventi sono veri e non così telefonati. Il buio è ovunque, opprimente. E peggio di tutto è il silenzio... o la sua assenza, quando viene rotto dalle grida di agonia o peggio ancora dai gorgoglìi bestiali e belluini delle "creature" (crawlers, nella versione originale).
Finale aperto a varie interpretazioni, compresa quella psicologica, ma comunque nero come la pece.

Un grandissimo thriller zeppo di tensione, character developement e situazioni realmente terrificanti, oltre che da una violenza grafica veramente difficile da sopportare a volte. Non è un film per stomaci deboli. Ma ve lo consiglio tantissimo.

Nella Valle di Elah


Ieri sera ho spostato il mio consueto appuntamento cineforum (ho fatto voto di non cedere alla pigrizia e vedermi almeno un film alla settimana) dal salotto di casa al cinema. E mi sono andato a vedere questo bel film. Consigliatomi nientepopodimenoché da mia madre (evento raro). Non potevo deluderla :)

I nomi ci sono tutti. Paul Haggis (l'un po' sopravvalutato regista di "Crash", ma ottimo sceneggiatore, e qui sceneggia anche), Tommy Lee Jones (mastodontico, come sempre... il mio nuovo mito... già ne avevo parlato stra-bene qui), una brava Charlize Teron veramente in parte, Susan Sarandon splendida ultracinquantenne, e una varietà di giovanissimi talenti, fra cui spiccano James Franco e Jonathan Tucker. Tratto (dicono) da una storia vera.

Tommy Lee Jones è il padre di un giovane soldato, ex ufficiale della polizia militare in congedo. Il figlio, appena rientrato sul suolo patrio dall'Iraq, scompare misteriosamente. Il padre si mette in viaggio per scoprire che fine abbia fatto e inizia le indagini private dalla base militare di Fort Rudd dove l'intero reparto è rientrato. Fra conflitti di competenza fra polizia militare e polizia locale, e grazie all'aiuto di una brava e sottovalutata ispettrice di polizia (la Theron), arriva a scoprire tutta l'orrenda verità. Nel dipanarsi della vicenda, vengono alla luce una varia serie di problematiche etiche, umane e sociali collegate alla guerra e ai suoi "figli", alle nevrosi della società moderna, alla difficoltà di reinserimento nella vita normale dei reduci combattenti. Il primo vero film di denuncia sul fenomeno dai tempi del post-Vietnam (se escludiamo il bellissimo "The Hunted" di Friedkin, anche quello con... toh! chi si vede... Tommy Lee Jones!).

Qualche evitabile buonismo e una sostanziosa dose di retorica non sono sufficienti a rovinare un film ben congegnato, incredibilmente ben interpretato e pervaso da un inquietante senso di disagio sociale che TUTTI i protagonisti condividono. Inoltre, occorre riconoscere agli autori di aver tentato un approccio di denuncia che non fosse partigiano, né in un senso né nell'altro. Il che potrebbe scadere nel qualunquismo (sono tutti vittime e carnefici), ma anche qui l'approccio è stato molto delicato.

Inutile dire che alla fine delle due ore di proiezione (lente, ma non  noiose) ci si alza con un senso misto di angoscia (per la crudezza dei fatti narrati) e speranza liberatoria. Il messaggio, dopo tutto il pessimismo nichilista e l'ambiguità messe in scena, è ottimista. O forse, solo rassegnato all'impunibilità dei colpevoli.
Insomma, non perfetto, non completo, ma un bel film. Un altro regista meno "giovane" avrebbe potuto dirigerlo meglio, forse, ma sta il fatto che nella Hollywood delle starlette e dei red carpet sembra che nessuno, neppure fra i "grandi nomi" coraggiosi, sia più disposto a rischiare di infastidire qualcuno con un film del genere. Ergo, ogni tanto ci deve pensare il cinema indipendente a pareggiare i conti. Dieci e lode se non altro per l'iniziativa.

PS: Sto aspettando, dopo aver visto ieri sera la locandina che me l'ha ricordato, il nuovo di Gus Van Sant: "Perdition Park".

Romanzo Criminale


Lo ammetto ero assai prevenuto rispetto a questo film.
Sono genericamente prevenuto nei confronti del cinema italiano che, salvo rari casi, ritengo ormai privo di valore, mero ricopiare modelli già visti.
Avevo perciò automaticamente classificato questo film come appartenente al sottogenere dei film "de borgata", poco più di una "Piovra" o un "Ultimo" in versione cinematografica. La regia di Michele Placido, mestierante del genere, non prometteva altro che un livello un qualcosa all'altezza delle, appunto basse, aspettative.

Senonché, devo dire che il film non è mica malaccio.
Interpetato benino (soprattutto da Kim Rossi Stuart e Pierfrancesco Favino... molto opaco come sempre il sopravvalutato Accorsi), diretto in maniera asciutta, salta i convenevoli e dopo uan breve introduzione giovanilistica completamente evitabile e retorica (così come la conclusione) ci proietta nella vita di dissolutezza ed efferatezze dei componenti della famosa Banda della Maiana, che ha insanguinato Roma fra la fine dei '70 e i primi '80. I personaggi principali, capi e fondatori della banda (Freddo, Libano e Dandi) sono ritratti in maniera piuttosto credibile, alla fine. Noto un certo stile narrativo quasi pasoliniano, a-la "Una Vita Violenta", anche nei motti e nel modo dei personaggi di affrontare con rabbia e livore le vicissitudini che gli vengono poste innanzi.

Come in ogni storia criminale che si rispetti da Scarface in poi, anche qui seguiamo i personaggi dalle stelle alle stalle: dall'introduzione nel racket della droga e della prostituzione alla costituzione di un vero impero della corruzione fino all'inevitabile epilogo. E come in ogni romanzo criminale che si rispetti, sono le donne che decidono veramente, volontariamente o meno, le sorti degli uomini, portandoli alla rovina (un sottile sottotesto misogino pervade tutto il film, in effetti).
La cronaca dei fatti procede un po' a balzi, e risulta un po' difficile a volte rendersene conto dato che non sono sufficenti gli spezzoni di filmati d'epoca (la strage di Bologna, l'omicidio Moro) per inquadrare sempre perfattamente questi spostamenti in avanti. Però alla fine del racconto, che dura poco più di due ore, abbiamo conosciuto abbastanza nel dettaglio le vicende di Freddo, Dandi e Libano e del commissario Scialoia che da loro la caccia, e tutto sommato sono state due ore piacevoli.

Interessante anche l'ipotesi, ovviamente ufficiosa, che la Banda fosse protetta da alti vertici di Stato.
Bravo anche Gianmarco Tognazzi, enigmatico e inquietante agente dei servizi segreti che trama alle spalle di questi "colossi" della malavita che, come sempre, finiscono per essere solo delle pedine sacrificabili manovrate dall'alto che non posso che correre verso l'inevitabile tragica conclusione quando ormai si son giocati tutte le loro carte e hanno fatto il loro tempo.

Sleuth - Gli Iinsospettabili


Sono stato attirato al cinema dalla combinazione di tre nomi: Kenneth Branagh, Michael Caine, Jude Law.
In effetti, il primo è regista e sceneggiatore, gli altri due gli unici interpreti di questa piece teatrale riadattata (ma neanche troppo) al cinema. Remake di un ulteriore adattamento del 1972. Storia di un uomo ricco e solitario (Caine) che decide di giocare un gioco assai pericoloso con il giovane amante della moglie venuto a chiedere il divorzio. Quello che non sa è che il giovane, apparentemente gentile e timido, potrebbe in realtà essere un individuo ben più scaltro pericoloso e privo di scrupoli di lui stesso.

Gli attori sono bravissimi, ed era lecito non aspettarsi di meno. Jude Law istrionico, Michael Caine superbo come sempre: forse entrambi costretti a recitare un po' troppo sopra le righe per volere dello stesso Branagh che, pur avendo qualche intuizione geniale qua e là, dimentica troppo spesso che il teatro e il cinema sono due linguaggi separati, solo marginalmente compatibili.

Qualche evitabile stupidaggine (ad esempio il telecomando che aziona tutti i marchingegni futuristici della sfarzosa casa che fa da unica ambientazione per il film che è in realtà un iPod Shuffle... ebbene sì avete capito bene), e un po' di over-acting a parte, il film tutto sommato funziona. Non annoia. Alcune battute sono decisamente degne di nota: le prodezze lessicali di Michael Caine soprattutto nella prima parte sono veramente molto inglesi. Alla fine, si ha l'impressione di non aver assistito esattamente ad un film, né ad un'opera teatrale, ma più a un divertissment. La sensazione, unita ai 7,50€ spesi per il biglietto, lascia vagamente insoddisfatti. Per una serata a casa, può valere però il prezzo di un noleggio.

Elizabeth - The Golden Age


Prendete un cast di attori tutti assai sopravvalutati e strapagati.
Prendete una storia che di storico ha ben poco e sembra presa da un romanzo Harmony.
Aggiungete sequenze di battaglie navali epiche realizzate con GCI da quattro soldi.
Aggiungete l'immancabile arringa alle truppe da cavallo che è da Braveheart in poi passando per i vari LoTR che ci propinano in ogni film in costume.
Aggiungete anche già che ci siete che né voi né la vostra metà avevate nessuna voglia di sorbirvi quella polpetta interminabile.
Ecco ottenuto il risultato: una schifezza.

Attenzione: esiste anche un primo capitolo, sulla giovinezza della famosa regina. Stesso colpevole.
Non credo che sentirò la necessità di andarmelo a recuperare.

The pursuit of happiness

Visto ieri sera.
Al di là del teatro ottimale (buona compagnia, bella serata rilassata, i giardini del Frontone freschi e piacevoli), sono andato un po' prevenuto. Non amo Muccino, lo ammetto. E non perché non sia un regista tutto sommato abbastanza capace (ho visto solo "L'ultimo bacio" oltre a questo, e non m'è parso male, anche se un po' annegato nel banal/retorico/sentimental/buonista), ma perché ODIO letteralmente quel pesce lesso del fratello piccolo. E per proprietà transitiva, mi sta(va) sulle balle lui pure.

Invece vi posso assicurare che è un film che non lascia indifferenti.
Ben diretto, SOMMAMENTE ben interpretato da un Will Smith a dei livelli forse ancora superiori a quelli visti in "Alì" e da Thandie Newton che non è proprio la stessa attricetta vista in Mission Impossible... La storia dice di essere ispirata ad uan vicenda vera. Ci credo, non so quanto possa esser stata romanzata, ma di sicuro si inserisce a pieno titolo nel filone degli inspirational movies: buoni sentimenti e lezioni di vita. Lo fa, comunque, con un approccio delicato e gradevole; mai disperato anche nei momenti più scuri e tristi. Si tiene lontano da (quasi) tutti i luoghi comuni e gli stereotipi del genere. Qualche scena strappalacrime c'è, chiaramente. Non ci si poteva aspettare niente di diverso. C'è anche però qualche scena che fa ridere o quantomeno sorridere, e tutto scorre con una leggerezza che vuole, secondo me, trasmettere un messaggio importante: c'est la vie, questa è la vita... vivila sempre con lo spirito giusto anche nei momenti più duri perché altra strada non c'è, la disperazione non paga.

Curiosamente, le scene che hanno commosso me non sono le stesse che hanno commosso la mia compagnia femminile.
Lei è stata maggiormente impressionata dalle scene "disperate". Io da quelle di speranza: "Sei un bravo papà" e soprattutto la scena finale, quando finalmente la felicità arriva. Incredibile Will Smith. Lo guardi in viso e davvero NON puoi credere che stia recitando. Dieci e lode per lui.

Le Tre Sepolture


Titolo originale: "The Three Burials of Melquiades Estrada"

Visto ieri sera.
Un'altro revenge movie, tanto per non perdere l'abitudine. Ma non solo e non soprattutto un revenge movie. Un film complessissimo e molto molto triste, diretto e interpretato da un ottimo Tommy Lee Jones. Al suo fianco, uno straordinario Barry Pepper: da semplice caratterista, ad attore di primissimo piano e grandissimo spessore.

La prima e la seconda parte del film sono separate da una netta dicotomia: costruita sui flashback e sui cambi di punti di vista la prima, più lineare e tradizionale la seconda.

La trama è grossomodo la seguente: nel razzista e reazionario Texas di frontiera, un anziano allevatore (Tommy Lee Jones) diviene amico di un immigrato clandestino messicano. Questi viene quindi ammazzato, per errore diremmo forse, da un'ottusa guardia di confine (Pepper). L'amico decide di vendicarlo e allo stesso tempo tener fede all'ultima promessa fattagli (di seppellirlo nel suo villaggio, oltre il confine), e per far ciò rapisce l'assassino e lo costringe, dopo aver riesumato il cadavere, a un lungo viaggio verso il Messico, ovviamente braccati da rangers e polizia di confine. Quel che i due incontreranno, e la relazione che si svilupperà fra rapitore e rapito, sono la vera chiave di lettura.

Insomma, dopo la prima parte del film, che serve soprattutto ad introdurre i personaggi (tutti molto ben delineati, ambigui e complessi), si apre finalmente la parte di epico respiro, una vicenda umana che crea lo spunto per delle riflessioni sulla vita e la morte, sull'amicizia, l'onore, la fedeltà, e quant'altro. Senza mai essere pedante o didascalico, anche se indubbiamente non facile da digerire, il film riesce nel suo intento secondo me superbamente. Non si può evitare di simpatizzare almeno una volta per ciascun personaggio, anche i più infami, così come non si può evitare di condannarli tutti.

Come dicevo, non è un semplice revenge movie, né solamente un western moderno o un film drammatico. Piuttosto un mix di tutto ciò, con anche una sottotesto che parla di iniziazione all'età adulta, di inevitabilità del destino, di razzismo e pregiudizio e quant'altro.

Stupendo. Vedetevelo.

Transformers


Spegnete ACCURATAMENTE il cervello.
Intendo dire: siate sicuri di aver soppresso ogni senso critico, pretesa artistica e meccanismo in grado di individuare una conseguenza logica.

OK, adesso potete godervi questa divertente puttanata.


Revenge

Ieri sera ero stanco ma così stanco che non riuscivo a tenermi in piedi. Invece di uscire e scorrazzare in giro, ho deciso di guardarmi uno dei molteplici DivX che affollano il mio disco in attesa della mia attenzione. Siccome non volevo sbagliare, ho optato per questo titolo famosissimo, uno dei miei miti "di gioventù". Film che non vedevo da moltissimo tempo, dall'epoca delle superiori quando lo passavano su Rete4 una sera sì e l'altra pure.

Premetto che questo tipo di film su di me fa presa immediatamente, quindi sono di parte nel mio giudizio. Tony Scott (più ancora del fratello Ridley secondo me) insieme a Michael Mann e forse William Friedkin è uno dei "maestri" dell'epica moderna. Un mestierante, ma che conosce il suo mestiere dannatamente bene. Poi, mi sforna questo revenge movie (qui addirittura già dal titolo) pieno di colori super-saturi, petti sudati, filtri ocra, strade polverose, sguardi languidi, amicizie virili, iperviolenza e sesso romantico... con me, va sul sicuro.

Trama super-spemplice: "Jay" Cochrane, ex pilota militare, si congeda e raggiunge in Messico il suo ricco e potente amico Tiburon "Tibey" Mendez. Incontra la giovane moglie di lui, se ne innamora. I due finiscono per essere scoperti, e puniti nel più crudele dei modi, come si confà ai fedifraghi che pensano di farla in barba a un boss mafioso messicano. Ma Cochrane, sopravvissuto per miracolo, si mette alla ricerca della sua vendetta contro l'ex-amico e poi della donna di cui si è ormai innamorato. In compagnia di improbabili personaggi di contorno, braccato dai suoi nemici, inizia il viaggio a ritroso che lo porterà fino all'inevitabile epilogo. Non rivelo altro, anche se il film non si fa guardare certo per i colpi di scena (è prevedibilissimo dalla prima all'ultima sequenza).

Il motivo per cui si guarda un film del genere è per gli attori, tutti bravissimi (Kevin Costner giovanissimo e bellissimo su tutti, ma anche un eccezionale Anthony Quinn e un'altrettanto bella e sensuale Madeleine Stowe), per i paesaggi maestosi e per gli interni tagliati da lame di luce ed ombre, per la violenza che arriva spietata e brutale proprio quando te l'aspetteresti, per la sottile morale (altamente retorica) della bontà dell'amicizia virile contro l'amore e la passione, che però, alla fine, prevalgono su tutto, tirano fuori il meglio e il peggio da ciascuno di noi.

Se dovessi scegliere un film da vedere in compagnia di una donna per sciogliere ogni sua resistenza, sicuramente "Revenge" sarebbe un titolo opzionabile. Uno dei film più piacioni, ruffiani, e allo stesso tempo ben riusciti (nel suo genere) di sempre.

Alatriste

Ovvero "Il Destino di un Guerriero".

Sono stato venerdì sera a vedere questo film spagnolo uscito l'anno scorso, basato sulle vicissitudini dell'omonimo personaggio (il titolo originale è solamente, appunto "Alatriste") letterario. Il "Capitano" Diego Alatriste, soldato di ventura e mercenario al soldo dei potenti di Spagna nel 15° secolo, è interpretato da un bravissimo Viggo Mortensen, assolutamente in parte. Talmente in parte che, da brvao poliglotta qual'è, si è "doppiato" da solo nella versione in lingua originale, in perfetto castigliano.

Non mi aspettavo chissà che filmone. In effetti, di difetti ne aveva diversi, primo fra tutti la lentezza estenuante.
Tuttavia, mi sento di consigliarlo, perché alla fine, se non perfetto, è comunqueun bel film. Bella la ricostruzione storica dei paesi visitati (la Spagna soprattutto ma anche le Fiandre dove il nostro combatte come volontario mercenario per dieci lunghi anni). Buona la recitazione dei coprotagonisti, ottima come già detto quella di Viggo. Notevolissima anche l'interpretazione del "cattivo" nostrano Enrico Lo Verso, spietato duellante ed assassino palermitano e acerrimo rivale del protagonista. Belle le scene di duelli e battaglie: molto cruente e moltorealistiche, ottimamente coreografate. Bello anche per una volta vedere un film di avventure storiche che non arringa troppo il pubblico, i cui protagonisti sono uomini in carne ed ossa con debolezze e vizi, e che ricalca quel genere di filone rocambolesco delle interminabili vicissitudini che era tipico del romanzo d'appendice portato sugli schermi negli anni '40 e '50. Ovviamente, il realismo qui non concede nessuna acrobazia alla Erroll Flynn. Tuttavia il film abbonda di momenti impressionanti ed epici, emozionanti e persino toccanti (la visita di Alatriste all'amante malata e perduta per sempre, la donna che alla fine avrebbe sempre voluto sposare).

Per condire il tutto, gli autori rifuggono sia il facile lieto fine sia la solita morale sull'eroismo personale e sugli arditi ideali purtroppo ormai sempre più in voga per vendere biglietti al cinema (vedi quella ciofeca di "300"). I personaggi sono tutti umani, molto umani. Con pensieri e considerazioni per niente banali, a volte. Ci scappa anche qualche frase di significato, qua è la, come ad esempio: "Perché ho l'impressione che noi poveracci finiamo sempre per ammazzarci fra di noi... Che vita di merda" (pronunciata da un Alatriste gravemente ferito e moribondo dopo un duello contro un vecchio amico). Oppure il dialogo finale fra il protetto di Alatriste e il malefico Malatesta (Lo Verso), dopo che il primo lo ha trafitto e prima di infliggergli il colpo di grazia: "Lo sai che non c'è nulla dopo, vero?"... "Lo so... è questo il problema..."; oppure ancora la dissertazione sull'amore fra Alatriste e il suo giovane amico: "Tutti ci innamoriamo una o più volte nel corso della nostra vita. Poi, ad un certo punto, smettiamo di farlo"... "E' tutto qui? Tutto così semplice?"... "Semplice? E' tutto così DIFFICILE!".

Insomma, un bel modo di passare due ore al cinema.

Rocky Balboa

Ieri sera, uscendo da una giornata convalescente ed essendo fra l'altro molto stanco, mi decido a starmene buonino a casa a guardare un film (una cosa più unica che rara per me di questi tempi). Mi procuro (voi sapete come) una bella "prima visione"... il famoso sesto (e  ultimo, parrebbe auspicabile) episodio della saga drammatico-sportiva più famosa di sempre. "Rocky Balboa", semplicemente, il titolo.

Premessa: il primo "Rocky", firmato John G. Avildsen, è a mio parere a tutt'oggi un gran bel film.
Premessa: dopo aver visto il franchise di Rocky scadere a dei livelli di infimo maccartismo propagandistico per colpa dello stesso Stallone improvvisatosi regista/sceneggiatore, non mi aspettavo nulla di buono.

Date le premesse, sono rimasto favorevolmente impressionato dalla visione.
Non è un capolavoro, intendiamoci. La premessa, debole. La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti. Tuttavia, noto un certo impegno non solo del cast (Stallone su tutti) ma anche degli autori, per cercare di riprendere le fila di una storia ormai consumata, e tirare fuori un capitolo conclusivo forse inutile, ma tutto sommato godibile.

I personaggi sono ben delineati, e lo stesso Rocky, ormai vecchio e stanco e disilluso (e a tratti sembra pure rincoglionito dalle botte prese dalla vita sia sul ring che fuori... credo sia uan cosa voluta e funziona) che vive nel passato, ma che ha in se ancora qualcosa che gli fa desiderare il riscatto, è una figura potente e commovente. Alcuni dei dialoghi sono, sì, sicuramente banali e prevedibili. Tuttavia credo che in funzione di definire un personaggio dalla mente tutto sommato semplice ma dalla grande volontà e gran cuore, risultino anche credibili.

La cinematografia è notevole: bellissima fotografia, bellissime le ambientazioni urbane di Philadelphia (che città meravigliosa, quanto vorrei visitarla). Bellissime le sequenze finali di combattimento, ben coreografate e danno davvero l'impressione che Rocky, nonostante l'età, abbia ancora una forza e una potenza fuori dal comune (bella la frase del suo avversario, giovane ed aitante, rivolta all'allenatore dopo aver subito un paio di colpi alla prima ripresa: "Quello sarà anche un vecchio, ma ha i mattoni nelle mani!").

Insomma... se avete amato Rocky, e disdegnato i suoi squallidi sequel... se avete apprezzato il ritorno alla regia di Avildsen nel quinto episodio... guardatevi questo Rocky Balboa. Non è il film dell'anno, ma qualche momento di intrattenimento, di emozione e di commozione sa regalarlo.

Dead Man's Shoes

Sono sempre stato un appassionato di quel sottogenere (molto trash) del cinema d'azione/thriller/drammatico noto come "revenge movies". In tutte le loro salse, da Four Brothers a Kill Bill, da Johnny Firecloud a Ichi the Killer.

Questo film mi è apparso fra i suggerimenti di IMDB mentre mi andavo a cercare qualcosa su Zodiac, visto la settimana scorsa. Normalmente, i suggerimenti di IMDB fanno cagare, sono del tutto inattinenti col soggetto; ma proprio per questo, e perché sono drogato di surfing in questo mastodontico archivio di onniscenza cinematografica, mi vado a spulciare le cose più strane.

Subito il titolo e le premesse mi hanno intrigato. Come da copione, non c'entrava nulla con Zodiac. E' un film inglese del 2004, recitato da attori perlopiù sconosciuti (solo il protagonista, il bravissimo Paddy Considine, s'è visto altrove). Diretto da un giovane regista inglese molto promettente, Shane Meadows.
Ho subito messo al lavoro la Mula e l'ho recuperato, in lingua originale. Un po' difficile da seguire (lo rivedrò, il parlato è molto basso e usano molto cockney) ma la trama non è certo complessa. Temo di essermi perso però alcune parti dei dialoghi più serrati.

Molto brevemente: il protagonista, un ex-soldato disilluso e amareggiato, torna nella sua città natale, e giura vendetta contro un gruppo di "amici" di gioventù che hanno maltrattato e fatto soffrire il suo fratello più giovane, che tralaltro ha problemi mentali. E come promesso, li ammazza tutti. Senza glorificazione della vendetta. Senza piacere. Senza rimorso.

Il film è bellissimo. Asciutto, fotografia meravigliosa, stupendamente interpretato anche dalla più ininfluente delle comparse. Colori lividi, scene di una brutale violenza e di una toccante tenerezza. Insomma, una di quelle cose che quando hai finito di vedere non puoi far altro che dirti: "Cazzo! E io che ho speso €7,50 per quella cagata dei Pirati dei Caraibi! QUESTO è cinema, per la miseria!".

Non vi dico altro, non vi rovino la visione.
Sappiate che è un film forte e non facile, e che si trova solo in lingua originale. Se lo volete, chiedete pure al sottoscritto, o a Santa Somara che protegge i leecher.

Buona visione!

PS: eccovelo qui...

Zodiac


Ieri sera sono stato a vederlo.
Non sono mai stato un grande fan di David Fincher. L'uomo ha mestiere, ma manca di un vero e proprio stile che possa distinguerlo dalla massa di registi videoclippari che girano adesso. Considero il suo film dopotutto più riuscito l'esordio con "Alien3". Mediocre Se7en. Sopravvalutato, anche se a tratti geniale, Fight Club. Gradevole thriller Panic Room.

Da lui non mi aspettavo potesse uscire un'opera così autoriale e mastodontica, meticolosa e anti-mainstream come questo Zodiac.
Chi si aspettava (me compreso) un classico serial-killer movie, con qualche risvolto morbosetto sull'iperviolenza (come ci aveva già abituato col succitato Se7en), è rimasto di stucco. La parte diciamo "d'azione" si esaurisce entro i primi 25 minuti. Le restanti due ore e mezza (eh sì... sappiatelo... è lunghetto) affrontano lo sviluppo dei personaggi, compreso il "protagonista" (Jake Gillenhaal, il meno convincete di tutti a somme fatte), giornalisti e poliziotti, che cercano di mettere in scacco il famigerato serial killer.

Non spoilererò il finale (ma basta cercare qualcosa su Wikipedia per saperne di più sulla VERA storia, e questo film sembra attenersi molto ai fatti), ma dico solamente che rifugge le consolazioni e i buonismi come la peste (e questo è un bene), che ammanta tutti i personaggi principali di un'aura di ambiguo grigiore, ciascuno con le sue ossessioni e paure (e questo è pure bene) e che alla fine, dopo una parte centrale oggettivamente un po' lenta, il film si riprende alla grande e tiene incollati alla sedia per i 20 minuti finali.

Magistrali le interpretazioni di tutti, comprimari e protagonisti. Un cast di star e ottimi caratteristi (fra cui rispuntano due visi noti ai più, il classico "ah si quello lo conosco ma non ricordo il nome": Brian Cox e Dermot Mulroney), tutti decisamente impegnati e calati nel ruolo. A parte forse il succitato Gillenhaal, nei panni del vignettista poi scrittore Robert Graysmith, che sembra un po' troppo caricaturale a momenti. Peccati di gioventù.

Bel film, inquietante e intelligente. L'ossessione del Male, quello peggiore, quello senza scopo, quello imprevedibile. E di come riesce a cambiare le vite di chi ci entra in contatto anche indirettamente. Non a caso la bellissima tagline in lingua originale recita: "There are more than one way to loose your life to a serial killer".

Ve lo consiglio. Anche se, a dire il vero, "Summer of Sam" di Spike Lee sta ancora un gradino di sopra.